Progresso scientifico e spirituale dell’uomo procedono in stretta connessione

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contributo di Suor Assunta Corona FdC

È sicuramente una novità che una donna, una cattolica ed anche religiosa si trovi qui a parlare di progresso spirituale dell’uomo nel mondo contemporaneo. Certo, senza il progresso scientifico e tecnologico, che ha investito il mondo Occidentale da Galileo in poi, la sottoscritta oggi non
sarebbe qui. Il progresso scientifico ha un’incidenza enorme non solo sulla vita biologica dell’uomo, ma anche sulla sua dimensione culturale, spirituale e religiosa.
Quale donna oggi sarebbe disposta a rimpiangere la condizione della donna che faceva il pane in casa, lavava la biancheria al fiume, soggiaceva al giudizio impietoso del proprio paese-villaggio, sottostava al potere del marito che poteva disporre di lei così come del proprio asino o del cavallo? Il progresso migliora la qualità della vita, perciò migliora anche la dimensione spirituale della persona. Questo è assodato. Ma il progresso scientifico e tecnologico, pur essendo in se stesso neutro, tende ad appropriarsi a 360 gradi della filosofia e a dominare il pensiero umano. Le filosofie scientiste e positiviste, di chiara derivazione materialista, da Kant fino quasi a tutto l’Ottocento, non senza una certa arroganza, hanno ritenuto di poter delimitare l’ambito dell’umana conoscenza alla sola esperienza empirica, relegando ogni altra forma conoscitiva ad un gradino inferiore, prerazionale. Ne è seguita la convinzione che la religione non è che uno stadio primordiale, attribuibile all’infanzia
dell’umanità, che deve cedere il passo allo stadio scientifico, l’unico degno dell’uomo moderno.
È nota la definizione di religione come “oppio dei popoli” introdotta da Hegel, e riproposta successivamente da Feuerbach e da Marx. L’alienazione religiosa sarebbe quindi la responsabile del perpetuarsi della divisione dell’umanità tra ricchi e poveri, tra sfruttati e sfruttatori, perciò la causa dell’infelicità umana.
Di rimando, l’uomo moderno si è visto premiato del titolo di individuo emancipato a condizione di accelerare la propria liberazione dalle proiezioni simboliche ereditate dalla cultura religiosa.
Non si dica che il processo di emancipazione dell’uomo dalla tradizione religiosa e culturale sia fallita se nei nostri ambienti qualsiasi ragazzino impertinente si sente in diritto di dileggiare la religione. Se F. Nietzsche incarica Zaratustra di annunciare la “morte di Dio”, e fa della “Gaia scienza” un
evangelo rovesciato, l’uomo così velocemente liberato dell’archetipo divino comincia a presentare qualche crepa, e a soffrire di un “male di vivere” (Montale) che è frutto della sua condizione di orfanezza del senso spirituale del vivere, ossia dello smarrimento dell’anima e della religione, che lo avevano accompagnato per molti millenni della sua storia. La letteratura di fine Ottocento e del primo Novecento si popola di figure che rappresentano l’uomo orfano di Dio.

Il Fringuello pascoliano, ormai cieco, non vedrà mai più il sole. Nel lamento struggente del fringuello Pascoli traspone la condizione dell’uomo reso orfano di Dio. La letteratura si popola di uomini dimidiati: l’ultimo dei Buddenbroock , o il Tadzio di “Morte a Venezia di T. Mann , “L’uomo senza qualità” di Musil, il Gregor di Kafka, ridotto a scarafaggio buono solo ad essere spazzato via con la scopa non sono che alcuni dei dolenti personaggi che affollano la letteratura occidentale.
La perdita non è solo individuale, ma collettiva. Con il suo “Maledetto sia Copernico” del “Fu Mattia Pascal” Pirandello sa bene con Einstein che è finita per sempre l’illusione umana di credersi il centro dell’universo. L’antropocentrismo è finito per sempre. L’uomo altro non è che una
periferia fragile e insignificante di un cosmo indecifrabile. Il quadro potrebbe oscurarsi ancora di più se si prendono in considerazione le dittature, le guerre
mondiali, i genocidi che hanno straziato il Novecento. Ma ecco che cominciano a farsi strada voci di ben altra tonalità di quelle dei maestri del sospetto.
Mìrcea Elìade, un antropologo, filosofo, studioso degli archetipi religiosi primordiali, nella prima metà del secolo scorso, in aperto contrasto con le precedenti teorie, accentuando l’aspetto sociale e collettivo della nozione di Dio, teorizza la religione come axis mundi di tutte le civiltà umane.
Intanto, il noto psicoanalista Carl Gustav Jung, nella sua autobiografia racconta un episodio da lui vissuto all’età di 12 anni quando, passando davanti alla cattedrale di Basilea, nella sua immaginazione vide in cielo una figura solenne, seduta su un trono, che versava dello sterco sul tetto della cattedrale facendolo crollare. Dopo lo sbigottimento iniziale, il giovane Jung cercò di capire il senso di questa sua immaginazione. La interpretò come una manifestazione di Dio alla sua persona. Prese coscienza che Dio c’è e che è una realtà insopprimibile nell’interiorità dell’uomo, ma questo Dio rigetta come un involucro vuoto la religione tradizionale 2 .
In età matura lo stesso Jung farà scrivere sulla porta della sua casa la scritta che campeggiava all’ingresso dell’oracolo della Pizia a Delfi: vocatus atque non vocatus Deus aderit. Spiegherà di aver fatto incidere questa frase per ricordare a se stesso e ai suoi pazienti la condizione precaria dell’essere umano che solo nel riconoscimento della propria dipendenza dal divino giunge alla coscienza e alla libertà. Senza tale consapevolezza, l’uomo non porterà a compimento il processo di individuazione, che è il compito più serio della vita di ciascun uomo e dei popoli.
Con le sue teorie Jung riapre sia il discorso della spiritualità umana, sia il discorso religioso, che con Darwin, Freud e tanti altri sembrava essere arrivato al capolinea. La spiritualità e la religione sono tutt’altro che tramontate nella storia dell’evoluzione umana. Il grido nicciano non è falso, ma la morte di quale dio annuncia Zaratustra? Ad essere morto è il dio costruito dall’immaginazione
dell’uomo, che lo ha fabbricato a sua immagine e somiglianza: un essere arcigno e cattivo, pronto a punire l’uomo con le torture più atroci. Non è morto l’archetipo del divino con i suoi simboli primordiali che popolano realmente il mondo spirituale dell’uomo. In Dio si crede, afferma Jung per esperienza, perché il divino insorge continuamente dentro l’animo umano e informa di sé la persona.
Nella sua breve esistenza l’uomo ha il compito di perseguire il principio di individuazione, ossia acquisire coscienza di sé. Questo passaggio che il cristianesimo definisce come vita nuova in Cristo Pantocrate, la gnosi e molte altre filosofie lo chiamano illuminazione, dice in sostanza che l’uomo raggiunge la felicità nella misura in cui persegue questo processo conoscitivo di sé, di cui la conoscenza scientifica ed empirica non è che il livello più superficiale, quasi elementare del cammino umano. Perciò chi volesse eliminare l’intuizione, la spiritualità e la religione dal cammino umano 3 si condannerebbe alla condizione del fringuello cieco. Questa è la vera emancipazione che il progresso ha permesso in età moderna.
L’uomo deve imparare a decifrare i processi della propria interiorità e ad abitarli, non a respingerli. Ciò che insorge nello spirito umano come intuizione, bisogno, desiderio ci informa di una verità che la sola conoscenza empirica non potrà mai darci.
Per esempio, nessuna informazione scientifica mi dirà come stanno le cose nell’aldilà, ma è certo che la nozione di annientamento totale della vita con la morte mi crea sgomento e paura, mentre la nozione del compimento della mia vita mi comunica sensazioni, sentimenti immagini condivisa da una simbologia collettiva e pressoché universale. Ho il diritto di fidarmi della mia intuizione positiva piuttosto che di quella negativa. La storia dei popoli dice che i gruppi umani, pur senza aver contatti tra di loro, hanno elaborato unanimemente simboli del divino, dello spirito umano e della vita oltre la morte.
Mi avvio alla conclusione con alcune considerazioni:
Noi siamo grati alla scienza che ha reso più veloci i nostri piedi con le auto, con i treni e con gli aerei; siamo grati alla scienza che ci ha regalato gli elettrodomestici, che ci consentono di risparmiare tempo da dedicare alla cultura, all’amore, alla vita; siamo grati alla scienza che ci permette di liberarci in gran parte del dolore fisico e ci aiuta a vivere più a lungo e meglio, siamo
grati alla scienza che ci permette oggi di parlare tra di noi via zoom malgrado il covid… Soprattutto ringraziamo il progresso scientifico in quanto ha contribuito alla liberazione della vita della persona.
Tale liberazione implica la capacità di conoscere in modo più personale i significati religiosi della vita e di imparare a coltivare la comunione con Dio che si compiace di abitare in noi. Si realizza così la promessa che la vita di questo filo d’erba che siamo noi nel cosmo infinito giungerà alla pienezza del compimento.
La spiritualità è dunque viva più che mai, ma chiede di passare da forme di religiosità esteriore e formale ad una religione che sia adesione personale e interiore. Ci chiede di coltivare la consapevolezza che il divino abita in noi ed è nostro interlocutore preferenziale. Significa anche curare la nostra persona, averne stima, apprezzarla, sorprendersi per le sue capacità, coltivarla come
il principale dei nostri compiti, per avere con il divino che ci abita un dialogo come con il nostro interlocutore più vicino. Capirete che, alla luce di quanto abbiamo cercato di dire, famiglia, scuola società, politica ecc. hanno un compito tutto nuovo da svolgere: ecco la spiritualità in azione.

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